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"... se io fossi..."

PAROLE > filastrocche
“Se io fossi un panettone”
pensa un giorno una rosetta
“avrei d’oro la mollica,
delle arance qualche scorza
e una grandine d’uvetta.”

Del Natale l’attrazione:
tutti vuol di me una fetta,
che il coltello non fatica
- la sua lama non si sforza -
a tagliare ben eretta.”

Testimonial del cenone
già si immagina rosetta
- la sciampagna come amica,
oro, argento, luci, sfarzo -
tale sogno la diletta!

Ma diversa è la realtà!
una favola crudele,
come è scritto in altre rime
(e chi leggerle volesse,
si prepari a strazio e fiele).

Ché le mani d’un garzone
con mortazza in grasse fette
unta le hanno la mollica
e di cacio, a viva forza,
glien’han messo quasi un etto:

“Me te magno a colazione,
te ti sposo a ’na biretta!
poi il caffè non guasta mica
e finito tale sforzo...
fumerò una sigaretta!”

E la bocca del garzone 
si fa larga, si fa stretta:
e sfamando fame antica
... con tre morsi, senza sforzo
si fa secca la rosetta!
Pensa invece un panettone
“Sono grasso! Che disdetta!
Fossi cavo, avessi l’eco,
d’oro fosse la mia crosta,
ah! se fossi una rosetta!

Coi frustini, col filone
- senza briciol d’etichetta -
le ciriole come amiche,
dentro al forno, tutti in festa
ah! se fossi la michetta!

Per merenda o colazione,
con le noci, l’omeletta,
col salame, con i fichi:
quanto passa per la testa...
tutto accoglie la rosetta!”

Ma diversa è la realtà
(per chi ha denti, non c’è pane)
e ci dicono altre rime
che a quel dolce raffinato
prova amara si propone.

Porto, infatti, ad un barone
- tutto in punta di forchetta -
come fosser fiele, ortica,
i canditi quello scosta,
quei lo spoglia dell’uvetta;

ne spiluzzica un boccone,
ne titilla un’altra fetta,
ne sminuzza la mollica...
e poi dice con disgusto:
“Troppo burro ‘sta ricetta!”

Va così che il panettone,
per tre quarti fatto a fette
- a chi importa che si sprechi,
se il barone ha detto “Basta!” – 
rinsecchisce poveretto.
“Se io fossi uno jabot”
pensa e medita un calzino
“potrei stare sul gilet
e non dentro un mocassino!

Tutto adorno di bijoux,
le mie trine in bella vista
- punto in aria, chantilly -
che figura ad ogni festa!

Duchi, principi anco il re
- messo in mostra sulle tette -
tutti ha’ gli occhi su di me!
Come un gatto sopra i tetti,

come il grana nel purè,
io farei la mia figura...”
“Se non fosse - ahimè! ahitè! -
che diversa è la natura

che accompagna me e te”
dice a quello suo fratello,
che più timido è perché:
sulla punta ha un bucherello,

e con lento tricoté,
il polpaccio avvolge male
e ricade su di sé
fino in fondo allo stivale.
“Se io fossi un spadaccino...
se io fossi bersagliere...
cappa e spada pel mattino!
piume e brecce quand’è sera!

Farei forse una corsetta
delle mura dentro e fuori - 
tesa ben la baionetta -
ben lontan da certi odori!

Non sarei bloccato qui
circondato da piastrelle,
residenza avrei a Parì... 
ne ho sentite delle belle!

Fossi pure una fantesca,
col grembiale ricamato,
avrei forse qualche tresca...
se lontano è il fidanzato?

Sono candido qual neve,
rotondetto quanto basta,
pure accogliere io devo
quel che chiaman ‘faccia tosta’!

Ah! se fossi un giornalista” 
questo medita un bidet
“cambierei punto di vista,
su ministri, attrici e re!

Vedrei il mondo dritto in faccia,
come accade al lavandino
non vedrei quella robaccia
sia la sera che il mattino!”
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